L’attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha segnato una rinnovata escalation nel Medio Oriente, riaprendo scenari di conflitto regionale e ridisegnando, almeno potenzialmente, l’equilibrio geopolitico dell’intero spazio mediorientale e mediterraneo. Sebbene il teatro militare principale della crisi si collochi nel Golfo e nel Levante, anche il Nord Africa è direttamente coinvolto sul piano politico e strategico. La regione rappresenta, infatti, uno spazio cruciale per osservare come il mondo arabo reagisce a un nuovo confronto tra potenze regionali e occidentali.

Le reazioni nordafricane mostrano una dinamica ricorrente ma significativa: un’opinione pubblica generalmente ostile agli interventi occidentali, specie se militari, e fortemente critica verso Israele, contrapposta a governi che adottano posizioni più prudenti e diplomatiche. Questa divergenza non è nuova nella politica regionale, ma l’attuale crisi – aggravata da quanto accaduto dopo il 7 ottobre 2023 – rischia di accentuarla, soprattutto in un contesto internazionale segnato da crescente competizione tra potenze e da una progressiva ridefinizione degli allineamenti geopolitici.
Dal punto di vista dell’opinione pubblica, la reazione in gran parte dei Paesi nordafricani è stata caratterizzata da una condanna piuttosto netta dell’operazione militare. Nei media e nel dibattito politico locale l’attacco è stato spesso interpretato come un ulteriore episodio di intervento occidentale in Medio Oriente, inserito nella lunga sequenza di conflitti che negli ultimi decenni hanno coinvolto la regione, dalla guerra in Iraq del 2003 fino al collasso della Libia dopo l’intervento internazionale del 2011. Questa memoria storica contribuisce ad alimentare un diffuso scetticismo verso qualsiasi operazione militare guidata da Washington e dai suoi alleati. In questo quadro, la percezione dell’Iran nel mondo arabo nordafricano risulta più complessa di quanto suggerirebbe la tradizionale divisione confessionale tra sunniti e sciiti. Secondo i sondaggi dell’Arab Opinion Index 2025 (condotti in 15 Paese arabi), soltanto l’8% degli intervistati percepisce l’Iran come una minaccia alla sicurezza della regione, rispetto al 28% di Israele che occupa il primo posto, seguito dagli USA. Sebbene Teheran non goda di un sostegno ideologico diffuso, una parte significativa dell’opinione pubblica tende a percepire il Paese come uno dei pochi attori regionali capaci di sfidare apertamente Israele e, più in generale, l’ordine geopolitico dominato dagli Stati Uniti. In altre parole, la solidarietà che emerge in alcuni settori dell’opinione pubblica non è tanto religiosa quanto geopolitica. L’Iran viene visto come un contrappeso strategico all’egemonia occidentale e come un attore che, almeno nella narrativa diffusa nei media arabi, mantiene una posizione di sostegno alla causa palestinese. Proprio la centralità della questione palestinese costituisce uno degli elementi più rilevanti nel modo in cui il conflitto viene interpretato nel Nord Africa. In molti dibattiti pubblici, l’attacco contro l’Iran viene collegato direttamente alle dinamiche della questione israelo-palestinese e più in generale alla competizione tra Israele e i suoi avversari regionali. In questo senso, la crisi viene percepita non come un episodio isolato ma come parte di una strategia più ampia volta a consolidare la posizione di Israele nel Medio Oriente. Tale interpretazione contribuisce, evidentemente, a rafforzare un sentimento anti-israeliano già molto radicato nelle società nordafricane.

Se l’opinione pubblica appare dunque relativamente compatta nel condannare l’operazione militare, le posizioni dei governi sono molto più sfumate. Le leadership politiche della regione devono infatti bilanciare una serie di interessi strategici spesso contrastanti: da un lato la necessità di mantenere relazioni solide con gli Stati Uniti e con i partner occidentali, dall’altro la pressione dell’opinione pubblica interna e il timore che un’escalation regionale possa avere conseguenze economiche e di sicurezza difficilmente gestibili. In tal senso, il caso dell’Egitto è emblematico. Il Cairo, all’indomani dello scoppio del conflitto, ha adottato una posizione prudente, invitando tutte le parti alla de-escalation e alla ripresa di canali diplomatici. Questa cautela riflette la tradizionale strategia egiziana di equilibrio tra diverse alleanze regionali e internazionali. L’ex protettorato britannico rimane infatti uno dei principali partner degli Stati Uniti nel mondo arabo e beneficia da decenni di un sostegno politico e militare significativo da parte di Washington. Al contempo, il Paese guidato da Abdel Fattah al-Sisi è consapevole della forte sensibilità dell’opinione pubblica nazionale rispetto alla questione palestinese e alla politica israeliana. Una condanna esplicita degli Stati Uniti sarebbe difficile da sostenere sul piano diplomatico, ma un sostegno aperto all’attacco israelo-statunitense risulterebbe altrettanto problematico sul piano interno. Al contempo, Il Cairo sostiene diplomaticamente gli alleati del Golfo, sotto attacco iraniano, ma sta tentando di evitare uno scontro diretto con Teheran. Il timore di un’ulteriore destabilizzazione regionale gioca un ruolo importante nella posizione egiziana: Il Cairo teme che il conflitto possa estendersi ad altri teatri, coinvolgendo indirettamente anche il Mediterraneo orientale e il Mar Rosso. Per un Paese che già affronta gravi sfide economiche e una complessa situazione di sicurezza, una nuova crisi regionale rappresenterebbe un rischio significativo.

Viceversa, l’Algeria ha adottato, almeno per ora, un approccio più prudente rispetto al passato. Tradizionalmente, la sua politica estera si è sempre basata su un forte rispetto della sovranità degli Stati e sul principio di non intervento, riflettendo sia la tradizione diplomatica nazionale sia una certa autonomia rispetto alle alleanze occidentali. Infatti, negli ultimi anni, Algeri ha rafforzato i rapporti con potenze come Cina e Russia, collocandosi in una posizione relativamente indipendente rispetto ai blocchi geopolitici tradizionali. Nel recente passato il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, aveva elogiato apertamente le posizioni della leadership iraniana rispetto alla questione palestinese e contro la politica militare israeliana. Oggi, però, si percepisce un crescente divario tra i principi storicamente proclamati e le posizioni effettive assunte dalla diplomazia algerina. La nuova linea di politica estera del presidente Tebboune sembrerebbe essere segnata da un allontanamento dalle strategie tradizionali, forse nel tentativo di mediare tra diverse istanze e interessi.
La situazione in Tunisia appare ambivalente. Il Paese attraversa da diversi anni una fase di instabilità politica ed economica che limita la sua capacità di assumere posizioni internazionali particolarmente assertive. Di fronte alla crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran, il governo tunisino ha scelto una linea di prudenza, esprimendo preoccupazione per l’escalation ma evitando dichiarazioni che possano essere interpretate come un allineamento esplicito con uno dei due fronti, nonostante negli ultimi tempi ci fosse stato un evidente avvicinamento tra Teheran e Tunisi, testimoniato anche dalla visita storica nel Paese persiano del presidente tunisino Kaïs Saïed in occasione dei funerali dell’omologo iraniano Ebraihim Raisi a maggio del 2024. Anche in questo caso, la leadership tunisina deve fare i conti con un’opinione pubblica fortemente sensibile alla questione palestinese e generalmente diffidente verso le politiche occidentali in Medio Oriente.

Il caso del Marocco rappresenta probabilmente l’esempio più complesso di equilibrio tra pressioni interne e calcoli strategici. Negli ultimi anni Rabat ha avviato un percorso di normalizzazione delle relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo, rafforzando allo stesso tempo la propria partnership con gli Stati Uniti. Questa scelta ha aperto a nuove opportunità economiche e di cooperazione militare, ma ha anche esposto il governo marocchino a critiche provenienti da una parte significativa dell’opinione pubblica, storicamente solidale con la causa palestinese. Di fronte all’attuale crisi, Rabat ha adottato una posizione particolare, anche se in linea con la sua politica: ha evitato una condanna esplicita dell’operazione militare e un sostegno diretto alle azioni di Washington e Tel Aviv, ma ha condannato in maniera chiara la reazione indiscriminata iraniana. Le relazioni tra Iran e Marocco sono state storicamente altalenanti, segnate da aperture e rotture diplomatiche legate a fattori politici e strategici regionali, e in particolare a causa delle accuse marocchine di sostegno iraniano al movimento separatista del Sahara Occidentale.

Un discorso a parte riguarda la Libia, la cui frammentazione politica rende difficile parlare di una posizione nazionale unitaria. Dal crollo del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, il Paese rimane diviso tra istituzioni rivali e diverse sfere di influenza regionale. In questo contesto, le reazioni alla crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran sono state relativamente limitate sul piano diplomatico. Le autorità politiche sia nella parte occidentale del Paese, legata al governo di Tripoli, sia in quella orientale controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar, hanno evitato prese di posizione particolarmente marcate. Tuttavia, nel dibattito pubblico e sui media libici è emersa una narrativa simile a quella presente nel resto del Nord Africa, con una forte critica al conflitto militare e un richiamo alla solidarietà con la causa palestinese. Allo stesso tempo, la Libia rimane un terreno di competizione tra attori regionali e internazionali, tra cui Turchia, Emirati Arabi Uniti e Russia, il che rende il Paese particolarmente sensibile agli effetti indiretti di qualsiasi escalation mediorientale.

Nel complesso, la crisi evidenzia dunque un divario strutturale tra società e governi nel Nord Africa. Le opinioni pubbliche tendono a interpretare il conflitto attraverso una lente ideologica e identitaria, in cui la solidarietà con la Palestina e la diffidenza verso l’Occidente occupano un posto centrale. I governi, al contrario, sono costretti a muoversi all’interno di un sistema di alleanze e interdipendenze economiche che limita la loro libertà di azione. Al di là delle reazioni immediate, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe avere implicazioni più profonde per gli equilibri geopolitici della regione. In primo luogo, la crisi potrebbe accelerare il processo di frammentazione del sistema regionale mediorientale, spingendo alcuni Paesi a rafforzare le proprie relazioni con potenze extra-regionali. In questo contesto, alcuni Stati potrebbero intensificare la cooperazione con Cina e Russia, mentre altri attori potrebbero rafforzare ulteriormente i loro legami con gli Stati Uniti e con le monarchie del Golfo. In secondo luogo, l’escalation rischia di avere conseguenze economiche significative, in particolare nel settore energetico e nelle rotte commerciali marittime. Interruzioni nei flussi commerciali ed energetici avranno ripercussioni sui mercati globali, aumentando l’importanza strategica di altre regioni. In questo scenario, il Nord Africa potrebbe acquisire un ruolo ancora più centrale nelle politiche energetiche europee, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento e lo sviluppo di infrastrutture nel Mediterraneo. Infine, la crisi potrebbe contribuire a riportare il Mediterraneo al centro delle dinamiche geopolitiche globali: negli ultimi anni la regione era stata spesso considerata una periferia strategica rispetto ad altri teatri di competizione tra grandi potenze; tuttavia, l’intreccio tra conflitti mediorientali, sicurezza energetica e rivalità tra potenze globali sta progressivamente restituendo al Mediterraneo una nuova centralità.
In conclusione, la reazione del Nord Africa alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran rivela una regione attraversata da tensioni e contraddizioni. Da un lato, opinioni pubbliche fortemente critiche verso l’intervento di Stati Uniti e Israele e solidali con la causa palestinese; dall’altro governi costretti a navigare tra pressioni interne e interessi strategici internazionali. L’evoluzione del conflitto determinerà se queste dinamiche rimarranno circoscritte al piano retorico o se finiranno per tradursi in un vero e proprio riposizionamento geopolitico della regione.
Mario Savina
